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L'epopea della Investigator nell'Artico, ritrovati i resti quasi 160 anni dopo
Scritto da Roberto Ciceri   
giovedì 05 agosto 2010
Trovati nelle gelide acque dell'Artico canadese i resti di una nave affondata quasi 160 anni fa. Sono ciò che rimane della Investigator, un'imbarcazione inglese inviata in soccorso delle due navi, Erebus e Terror, della spedizione del 1845 di sir John Franklin che cercava il Passaggio a nord-ovest (la via di collegamento più corta tra Europa ed Estremo oriente che passa nell'estremo nord canadese).
Tre anni dopo senza avere notizie, l'Ammiragliato britannico dà il via alle operazioni per sapere cosa è successo alla missione di Franklin (tutti i 129 membri della spedizione non furono mai trovati, vennero rinvenuti solo alcuni resti) mettendo in palio 20 mila sterline per chiunque fosse riuscito a prestare soccorso alla spedizione. Tra le varie navi che presero parte alle ricerche c'era anche l'Investigator, guidata dall'irlandese sir Robert McClure. Partita dall'Inghilterra nel gennaio 1850 con 66 membri dell'equipaggio, attraversò tutto l'Atlantico, passò lo Stretto di Magellano e risalì l'intero Pacifico, fece scalo alle Hawaii ed entrò nell'Artico passando dallo Stretto di Bering. Dopo due anni di infruttuose ricerche della spezione di Franklin, la Investigator nell'estate 1852 rimase intrappolata dai ghiacci nella baia di Mercy e si preparò a passare l'inverno artico con temperature che raggiunsero 54 gradi sotto lo zero. Nella primavera successiva i primi membri dell'equipaggio morirono a causa degli stenti e del cibo razionato. McClure con alcuni marinai partirono con le slitte in cerca di soccorsi, ritornò con viveri e un medico. I marinai più debilitati riuscirono a raggiungere l'isola Melville dove vennero salvati dalle altre navi della missione. Una parte però rimase sulla Investigator per un altro inverno artico e alla fine vennero salvati dalla Resolute. McClure e il suo equipaggio furono i primi a completare, in parte su slitta, il passaggio a Nord-ovest.
Dopo quasi 160 anni, il 25 luglio una missione canadese ha localizzato i resti della Investigator sui fondali della baia di Mercy a undici metri di profondità, a 600 km a nord del circolo polare artico. Ora la missione proseguirà fino al 10 agosto per cercare i resti della Erebus e della Terror. «Per lunghi anni questa area non è stata raggiungibile a causa dei ghiacci», ha detto Marc-André Bernier, capo del Servizio di archeologia subacquea di Parks Canada. «Ma ora, a causa del riscaldamento climatico, torna a essere accessibile».
 
USA, una medusa morta arriva in spiaggia: 150 persone colpite
Scritto da Roberto Ciceri   
lunedì 26 luglio 2010
Alcune meduse sono pericolose anche da morte e con i tentacoli staccati, in quanto tali filamenti mantengono il loro effetto urticante.
Lo hanno imparato a loro spese i bagnanti del Wallis Sands State Park, nel New Hampshire. 
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Una medusa Criniera di Leone
Come racconta il "New York Times", mercoledì scorso i frequentatori del parco hanno visto una sorta di sacchetto gelatinoso ondeggiare dall'acqua verso la terraferma. Alcuni, incuriositi, hanno avuto l'idea di avvicinarsi, pentendosi subito dopo.
L'oggetto era infatti una criniera di leone (Cyanea Capillata), medusa di grandi dimensioni, ed amante delle acque fredde. Tale invertebrato ha un ombrello che può toccare i 2,5 metri di diametro dotato di numerosi tentacoli lunghi oltre 30 metri. La creatura è comune nelle acque boreali dell'Artico, dell'Atlantico settentrionale e del Oceano Pacifico del Nord e raramente sconfina nelle regioni più meridionali (come appunto il New Hampshire).
La criniera di leone era morta, con alcuni tentacoli separati dal corpo, ma questo non ne limitava la pericolosità. Infatti, "Le cellule dei tentacoli, che rimangono vivi anche se distaccati dal corpo, mantengono inalterata la loro capacità di emettere neurotossine", spiega Reene Zobel, una biologa marina del New Hampshire Fish and Game Department.
I villeggianti se ne sono accorti presto. Una spiaggia piena di persone allegre si è trasformata in un insieme di dolore, paura e confusione, con 150 persone colpite dai tentacoli.
Per fortuna, a tale drammatico prologo ha fatto seguito una ben più modesta conclusione.
Ai feriti, tutti lievi, sono bastate le cure del pronto soccorso allestito vicino alla spiaggia. Parziale eccezione, cinque bambini, accompagnati in ospedale per essere dimessi il giorno dopo.
La fine peggiore è stata quella della medusa, ribattezzata Wally: raccolta con un rastrello dal bagnasciuga, è stata gettata in un sacco della spazzatura.
 
Balena piomba su una barca in Sudafrica. Salvi i due a bordo
Scritto da Roberto Ciceri   
mercoledì 21 luglio 2010
Città del Capo - «Per fortuna siamo ancora vivi», è il commento dei due velisti Ralph Mothes, 59 anni, e della sua compagna Paloma Werner, 50. 
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Il fine settimana scorso la coppia si trovava sul loro yacht davanti alle coste di Table Bay, a Città del Capo, quando d'improvviso dall'acqua è sbucata una balena di almeno 14 metri di lunghezza. Il cetaceo si è lanciato sulla barca a motore distruggendola e mancando di poco gli occupanti. I due istruttori dell'accademia di vela di Cape Town erano usciti in mare sulla loro barca di una decina di metri per una tranquilla gita domenicale, raccontano al quotidiano sudafricano Independent. «Abbiamo visto questa balena nuotare intorno alla nostra imbarcazione per circa mezz'ora quando di colpo si è avvicinata e ci è piombata addosso».
Il cetaceo, un giovane esemplare di balena australe, è letteralmente volato sulla barca distruggendo l'albero prima di atterrare in acqua e allontanarsi in mare. «Grazie a Dio lo scafo era in acciaio, se fosse stato in vetroresina sarebbe affondato e saremmo stati rovinati», hanno spiegato. L'imbarcazione infatti non ha subito danni strutturali. Un turista che si trovava su un'imbarcazione di passaggio è riuscito a catturare l'incredibile sequenza dell'incidente. 
Intanto però le autorità locali stanno indagando se per caso la balena non sia stata provocata dalla coppia di velisti. In questo periodo dell'anno sono numerose infatti le balene a largo della costa occidentale di Città del Capo, raggiunta dai cetacei per riprodursi. E, stando alle locali disposizioni di legge, le barche devono tenersi almeno a 300 metri di distanza da loro.
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Nel Mar Rosso si diffonde una macchia di “oro nero”. Ma non se ne parla
Scritto da Roberto Ciceri   
venerdì 16 luglio 2010
Non è solo il Golfo del Messico a essere devastato dal greggio. Molto più vicino all’Italia, una piattaforma situata a nord della località balneare di Hurghada, sul mar Rosso, ha cominciato a perdere “oro nero”. Una perdita che è stata individuata intorno alla metà di giugno, ma la notizia è arrivata con molti giorni di ritardo. Silenzio assoluto all’inizio, poi dalla Rete i primi riscontri e la preoccupazione che le autorità egiziane intendano minimizzare l’entità del danno.
Alla base di questa vaghezza sembrerebbe esserci la paura di un eventuale allarme su larga scala che potrebbe portare a cancellazioni di massa delle prenotazioni e al naufragio della stagione turistica, sulla quale si regge l’economia della zona. L’allarme, secondo gli ecologisti, è scattato troppo tardi e, se ancora non sono quantificabili i danni, le fonti parlano di diversi chilometri di costa compromessa, forse dai 35 ai 160. Il bilancio per ora sono le centinaia di tartarughe, delfini e varie specie di pesci morti o agonizzanti.

Poco chiara anche la causa di questo disastro ambientale in un’area vastissima e famosa per le sue formazioni coralline. Le prime voci parlano di una perdita da una piattaforma petrolifera situata presso Geisum, uno spuntone roccioso a 35 chilometri dalla costa. La piattaforma è gestita dalla Geisum Oil Company, una sussidiaria della compagnia petrolifera statale Egyptian General Petroelum Corporation. Secondo Magdi Radi, il portavoce del governo egiziano, “ la fuoriuscita di petrolio potrebbe provenire da una delle piattaforme offshore nel Mar Rosso a nord di Hurghada o anche da una petroliera”. Ma precisa che “la macchia è contenuta e la situazione è sotto controllo”. Mentre il ministro del petrolio egiziano, Sameh Fahmy ha comunicato che “sono stati prelevati alcuni campioni nelle zone petrolifere vicino alle piattaforme per identificarne la provenienza”.

Per gli ecologisti questi accertamenti dimostrano che in realtà la situazione non è così sotto controllo come si sta tentando di presentarla. Dopo tutto, per affrontare la perdita di una piattaforma occorrono mezzi all’avanguardia, non certo uomini su barche provvisti di reti e spugne, come mostrano le poche foto e filmati in circolazione. Le operazioni di pulizia sembrano davvero improvvisate e i mezzi utilizzati appaiono del tutto inadeguati. Tra l’altro, non è pensabile nemmeno di tenere sotto controllo i forti venti. In questi giorni, pare stiano agitando le acque, tanto da portare la marea nera in zone molto più estese e mettendo a repentaglio la stessa incolumità dei 2000 operai mobilitati che, con le loro braccia, stanno cercando disperatamente di arginare la situazione. Intanto le operazioni di contenimento e assorbimento si sono estese fino ad El Gouna, 50 chilometri più a sud da dove è iniziata la perdita di greggio.

L’Egitto non è però nuovo a circostanze di questo tipo: navi cariche di petrolio che riversano in mare il loro pericoloso contenuto, disastri quasi tutti riconducibili ad imprese di stato e sempre nascosti alla stampa per evitare di perdere quella grande fonte di ricchezza che è il turismo. Già a maggio del 1996, proprio ad Hurghada,  in corrispondenza dell’oleodotto sottomarino della compagnia statale Gapco, una perdita di proporzioni decisamente minori aveva comunque fatto ingenti danni e aveva messo a rischio molte specie di animali e molluschi che proliferano in quella zona. Nel 2004, invece, il governo britannico aveva diffuso un allarme in tutto il mondo affermando che le piattaforme di petrolio e le navi che trasportano greggio sarebbero state il bersaglio prediletto di gruppi terroristici come Al Qaeda. Forse i londinesi non si sbagliavano perché nell’agosto del 2009 una nave cisterna battente bandiera panamense improvvisamente si spezzò in due riversando, proprio nel Mar Rosso, vicino al porto di Suez, 59 mila tonnellate di nafta.

 
Battaglia coi bracconieri per salvare il tonno rosso
Scritto da Roberto Ciceri   
martedì 22 giugno 2010
Un sub taglia le reti
Ecologisti feriti a colpi di arpione, Marina militare che scende in campo, sub che tagliano le reti dei pescherecci. Quest'anno la stagione di pesca del tonno rosso si è chiusa con una vera e propria battaglia tra ambientalisti e pescatori. Dopo il blitz di Greenpeace 1che a Malta aveva sfidato i bracconieri del mare, è stato il turno di Sea Shepherd 2, l'organizzazione fondata dal capitano Paul Watson.
La stagione di pesca al tonno rosso si è ufficialmente chiusa a mezzanotte del 14 giugno. Ma, secondo gli ambientalisti, molte barche non si sono limitate a trascinare verso costa i tonni imprigionati nelle enormi reti utilizzate per la cattura ma hanno continuato a pescare. La risposta di Watson è stata imbarcare  sulla Steve Irwin un gruppo di giornalisti europei e Vanya, il cameraman assistente di Claude Lelouch, per la ricognizione anti bracconieri condotta con l'aiuto di un elicottero.
Nelle acque territoriali libiche sono stati trovati due pescherecci libici che trasportavano due gabbie galleggianti con 800 tonni, aiutati dal Cesare Rustico, rimorchiatore con bandiera italiana. Agli ambientalisti che chiedevano spiegazioni il capitano della nave italiana ha risposto che i tonni erano stati catturati il 14 giugno e, visto che il numero superava la quota autorizzata, ha aggiunto che i tonni dentro la gabbia prevenivano da operazioni pesca di altre 7 navi libiche. Per la Sea Shepherd però queste dichiarazioni non stavano in piedi perché il 13 e 14 giugno le condizioni di tempo a mare rendevano impossibile la pesca e quindi i tonni catturati sarebbero stati pescati illegalmente.

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