Mediterraneo

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Pur costituendo soltanto lo 0,7% della superficie totale di tutti i mari, sono pochi i luoghi al mondo che possono vantare una storia profondamente intrecciata all'evolversi delle civiltà dell'uomo sulla Terra. Visto dai satelliti, il Mediterraneo appare incastonato fra le terre come una piccola gemma azzurra di circa 2,5 milioni di km2, estendendosi per 4000 km da ovest ad est, da Gibilterra al Bosforo, e con coste che distano mediamente fra loro meno di 400 km. Il Mediterraneo è un mare a misura d'uomo, la cui storia inizia assai prima della nostra comparsa sulle sue sponde.

La formazione
Tethys, il nome della sposa del dio Oceano, è anche il nome del caldo oceano primigenio che nel Mesozoico si estendeva quasi senza soluzione di continuità dall'attuale Atlantico al Pacifico separando fra loro i grandi blocchi continentali della Laurasia del Gondwana. A testimonianza di quell'antica unione rimangono quasi esclusivamente dei fossili fra cui quelli di Bolca, importantissimi per lo studio delle paleofaune marine vissute nella regione mediterranea. I resti di animali ritrovati in questa località dei Monti Lessini appartengono tutti a specie marine e rivelano inequivocabili affinità con forme tropicali tuttora viventi nelle regioni dell'IndoPacifico o con fossili ritrovati, ad esempio, nella lontana penisola malese. Da allora sono passati circa 180 milioni di anni e il quadro geologico è drasticamente mutato, mentre la vasta Tethys di un tempo si è frammentata in unità ben distinte e ristrette. II Mediterraneo ha iniziato a formarsi circa 50-60 milioni di anni fa quando la lenta deriva dei continenti portò gradualmente la zolla africana a collidere con quella europea, all'incirca nella zona oggi occupata da Gibilterra, separandosi dall'Oceano Atlantico ad eccezione di una serie di piccoli stretti in Spagna e in Africa settentrionale. Ad oriente rimase parzialmente aperta la comunicazione con la parte di oceano primigenio destinato a diventare I'IndoPacifico. Nei successivi 15-20 milioni di anni, però, anche la comunicazione ad oriente si chiuse definitivamente a causa della lenta ma continua rotazione in senso antiorario del continente africano. E' in questo periodo che le immense spinte prodotte dagli spostamenti delle gigantesche zolle continentali portarono alla formazione delle catene montuose che oggi circondano il Mediterraneo: Alpi, Atlante, Sierra Nevada, Monti del Tauro, ecc.
Nonostante avesse raggiunto una sua autonomia, la vita del Mediterraneo non fu senza problemi. Divenuto un mare praticamente chiuso, la sua sopravvivenza dipendeva, esattamente come oggi, soltanto dall'equilibrio fra apporti fluviali, piogge ed evaporazione e dalla presenza di due stretti, in Spagna e in Africa, che mantenevano le comunicazioni con l'Atlantico. Come risultato il livello del Mediterraneo diminuì gradualmente, trasformando il mare in una serie di grandi lagune variamente salate e popolate da organismi sempre più ridotti quantitativamente, ma in grado di sopportare condizioni ambientali sempre più drastiche.
Tale processo continuò sino a sei milioni di anni fa, con la chiusura definitiva di ogni comunicazione con l'Atlantico ed il prevalere dei fenomeni di evaporazione in occasione della cosiddetta regressione Messiniana. L'antico mare si trasformò in qualcosa di simile ad una zona dove siano concentrati il Mar Morto, la valle della Morte ed il Grand Canyon. Immense e vaste pianure assolate e senza vita, ricoperte da strati di sale alti decine di metri, interrotte qua e là da lagune ipersalate mentre dalle coste, a picco e molto più arretrate rispetto a oggi, precipitavano verso il basso le acque dei grandi fiumi che scorrevano turbinose in fondo agli alti canyon che i geologi hanno rintracciato sotto i sedimenti, a 2000-3000 m di profondità lungo tutte le coste del Mediterraneo occidentale, dove continuano i letti degli attuali fiumi. Persino il Nilo, così come il Rodano, scorreva in uno di questi canyon, profondo 1500 m, di cui i geologi hanno potuto seguire il percorso sino all'altezza di Assuan, dove attualmente sorge l'immensa, omonima diga. All'incirca 5,5 milioni di anni fa un gigantesco terremoto, probabilmente, portò alla rinascita del Mediterraneo. II muro che separava l'arido deserto mediterraneo e l'Atlantico si ruppe. La soglia di Gibilterra crollò e una massa d'acqua enorme (1000 volte quella delle cascate del Niagara) cominciò a riversarsi all'interno. Occorsero centinaia di anni e un abbassamento del livello generale degli oceani di 10-20 m per riempire il nostro mare e renderlo quello che è attualmente. Da allora il Mediterraneo ha acquisito le sue caratteristiche di mare temperato ed ha rafforzato i suoi rapporti con l'Atlantico, anche se il suo livello è stato ben lungi dall'essere costante. Nell'ultimo milione di anni, ad esempio, esso è variato più volte innalzandosi di circa 80-100 m solo negli ultimi 18.000 anni. Durante le glaciazioni del Quaternario si suppone che ci furono effetti particolarmente rilevanti non tanto sulla temperatura delle acque quanto sulla modificazione del regime delle correnti attorno allo Stretto di Gibilterra, favorendo ora l'ingresso di acque fredde e profonde, di origine boreale, ora quello di acque superficiali, più calde, di origine subtropicale. Ciascuna di queste masse d'acqua apportò di volta in volta faune e flore calde o fredde i cui limiti di diffusione furono determinate sia dalla capacità di adattamento delle singole specie, sia dal permanere o meno delle condizioni favorevoli al loro insediamento.
Da questi equilibri fra fattori biotici e fattori abiotici si sono sviluppati gli attuali popolamenti del Mediterraneo all'interno dei quali possiamo distinguere, a dimostrazione di quanto questo bacino possa essere considerato un naturale crogiuolo biologico anche per piante e animali e non solo per l'uomo, specie aventi le seguenti caratteristiche biogeografiche: artico-boreali, atlantico-(sub)tropicali, circum-(sub)tropicali, cosmopolite, indopacifiche, atlantico-mediterranee e, naturalmente, endemiche mediterranee.

Le caratteristiche del mediterraneo
Osservato sulla cartina, il Mediterraneo appare come un'entità unica per quanto variamente articolata in golfi e bacini più o meno sviluppati. Da un punto di vista oceanografíco esso può essere diviso in Mediterraneo occidentale e Mediterraneo orientale, separati da una bassa dorsale sottomarina che si estende dalla Tunisia alla Sicilia.
Le differenze maggiori dipendono dall'influsso delle correnti, dalla latitudine (e conseguentemente dalla temperatura) e dalla storia "biologica" di ciascuno di questi sottobacini. II bacino occidentale, ad esempio, ha temperature che variano da 12 °C in inverno a circa 23 °C in estate, mentre la salinità delle sue acque è del 36‰ (36 grammi di sali per litro d'acqua). II bacino orientale è, al contrario, più caldo e salato, con temperature medie di 16 °C in inverno e di 26-29 °C in estate, con salinità che raggiungono il 39‰.
E' di fondamentale importanza capire le differenze tra i due bacini perché ciò consente ai subacquei di comprendere come le diversità di specie e di panorami siano perfettamente giustificate e come il nostro mare, per quanto piccolo, non sia per niente tutto uguale.

I bacini occidentali
Fra Spagna e Marocco si trova il cosiddetto Mare di Alboràn che costituisce la parte di Mediterraneo più direttamente influenzata dall'Atlantico, poiché riceve direttamente le correnti in entrata da Gibilterra. Si estende dallo Stretto sino alle Baleari per circa 54.000 km2 e raggiunge una profondità massima di 1500 m. Per la sua posizione risulta ricchissimo di specie provenienti dall'Atlantico, ma povero di organismi tipicamente mediterranei. Un subacqueo qui ben difficilmente potrebbe osservare i crinoidi della specie Antedon mediterranea o le Gorgonie gialle.
Proseguendo da nord verso sud, incontriamo una prima area che comprende il Mare della Catalogna, il Golfo del Leone, il Mar Ligure e l'Alto Tirreno e che occupa una superficie di poco meno di 500.000 km2, con profondità massime di 3500 m. In questa zona, caratterizzata da inverni freddi, sono abbondanti gli elementi atlantico-boreali. Sono tuttavia presenti, per il crearsi di particolari condizioni estremamente localizzate come nel caso del promontorio di Portofino (definito molto opportunamente un'oasi calda xerotermica per il gioco delle correnti e per la natura e la composizione della roccia), organismi tipici di aree più meridionali come, ad esempio, i poriferi Spongia Agaricina, la Spongia Zimocca, la stella serpente Ophidiaster ophidianus, la ciprea Luria Lurida e molte altre specie termofile.
La zona centrale è una delle più ricche e comprende aree giudicate fra le più interessanti per le immersioni subacquee. Sono questi i fondali spagnoli che giungono sino al delta dell'Ebro ed alle isole Baleari, quelli della Corsica, della Sardegna e di tutte le coste dell'Italia centro-meridionale compresa la Sicilia. Nella regione prevalgono le specie tipicamente mediterranee o atlantico-mediterranee cui si accompagnano numerose specie con affínità tropicali. Solo qui, ad esempio, è possibile osservare cospicui insediamenti di Astroides calycularis i cui polipi rosso-arancione sono tra i soggetti preferiti dai fotografi subacquei.
La regione costiera dell'Africa nord-occidentale, dal Marocco a Capo Bon, costituisce la terza sezione, quella meridionale, del Mediterraneo occidentale. In queste acque si mescolano specie mediterranee con altre di origine atlantica, queste ultime favorite da condizioni ambientali paragonabili a quelle oceaniche grazie all'influenza delle correnti superficiali che, entrando da Gibilterra, lambiscono anche le coste nordafricane prima di suddividersi ed entrare a far parte del circuito ciclonico delle Baleari o di dirigersi verso il Mar Tirreno o il Mare di Levante.

I bacini orientali
II Mediterraneo orientale, esteso per oltre 900.000 km2 e con profondità massime di 5.093 m nel Mar Ionio, può essere suddiviso, a sua volta, in quattro zone. La più meridionale, e anche più subtropicale, è quella di pertinenza delle coste africane della Tunisia e della Libia, caratterizzate da popolamenti di acque calde dove si rinvengono sia specie tipiche dell'Atlantico tropicale sia, raramente, specie di origine indo-pacifica. La regione orientale comprende le coste mediterranee di Egitto, Israele, Libano e Siria. Queste sono zone biologicamente in continua evoluzione poiché vengono progressivamente, ma incessantemente, colonizzate da specie provenienti dal Mar Rosso. Lo scavo del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan hanno comportato, negli ultimi cento anni, drastiche variazioni nelle caratteristiche chimico-fisiche delle acque costiere che sono state colonizzate, gradualmente e con successo variabile, da una quantità di organismi che taluni stimano essere ormai oltre 500, fra cui almeno un centinaio di specie ittiche. Non è quindi irreale ipotizzare che, se tale tendenza continuerà insieme al lento riscaldamento che sembra interessare le acque mediterranee, fra alcune decine di anni avremo l'opportunità di immergerci lungo le nostre coste in mezzo a molti pesci tropicali attualmente tipici del Mar Rosso.
Le coste della Turchia e della Grecia ionica rappresentano la parte centrale del Mediterraneo orientale e sono accomunate da tre importanti caratteristiche: l'assenza o la drastica rarefazione di molte specie del bacino occidentale; l'esistenza di numerose specie endemiche; la presenza di molti organismi peculiari di acque calde. Infatti, le temperature più elevate e la salinità decisamente superiore alla media si rivelano ideali per le specie provenienti da Suez le quali, favorite anche dall'andamento delle correnti che scorrono lungo le coste da ovest verso est, si diffondono preferenzialmente verso queste regioni prima di tentare la colonizzazione dei bacini nord-occidentali. II Mare Egeo, a sua volta, costituisce la parte più settentrionale del bacino orientale ed è molto simile, quanto a popolamenti, ai nostri mari. Esso rappresenta anche la porta dell'Adriatico, un bacino di soli 135.000 km2, che deve essere considerato a sé non soltanto perché poco profondo (oltre un terzo dei suoi fondali non superano i 50-60 m), stretto ed esteso prevalentemente in lunghezza (è diviso, infatti, in Alto, Medio e Basso), ma anche perché è il mare dove si registra la produttività maggiore e dove si riscontrano, sia pure limitatamente alla sua parte settentrionale, specie a spiccata affinità atlantico-boreale

La temperatura
II mare è un ambiente estremamente complicato sia da studiare sia, soprattutto, da descrivere. Qualunque argomento si voglia trattare, si finisce inevitabilmente per scoprire come esso sia legato ad un altro e questo ad un altro ancora in una catena che sembra interminabile e che, per la sua complessità, assomiglia piuttosto a una rete a maglie motto fitte. Come già accennato in precedenza, la temperatura del Mediterraneo è abbastanza variabile nel tempo e nello spazio. In estate è possibile registrare differenze di oltre 10 °C da un estremo all'altro, e assai più rilevante è il divario esistente fra le minime invernali (4-7 °C ) e le massime estive (oltre 30 °C nei bacini orientali). Ma questi valori valgono soltanto per gli strati più superficiali. A causa dell'esistenza della soglia di Gibilterra, posta a circa 320 m dalla superficie, le acque profonde del Mediterraneo hanno una temperatura di circa 13 °C, la stessa che in media si riscontra nell'Atlantico a quella profondità. La ridotta massa delle acque, la scarsa circolazione profonda e l'inerzia termica del bacino mediterraneo contribuiscono, inoltre, a mantenere tale valore costante in ogni stagione anche per l'assenza di influssi di acque profonde dall'oceano. A tal proposito occorre ricordare che le correnti superficiali di Gibilterra sono dovute a masse d'acqua atlantica che penetrano nel Mediterraneo mentre quelle profonde sono costituite da acque mediterranee in uscita. Nonostante 13 °C non si possano certo definire confortevoli (e un'immersione senza muta stagna in inverno lo dimostra inequivocabilmente), il fatto che la temperatura non scenda quasi mai al disotto di questi valori anche in superficie, ad eccezione di alcune zone più esposte all'influenza di forti venti invernali quali la bora di Trieste o il mistràl delle coste provenzali, spiega come mai le nostre coste siano tanto ospitali.
Se la temperatura delle acque profonde, dunque, è decisamente stabile, non altrettanto succede negli strati superficiali dove essa è soggetta, nel corso dell'anno, a variazioni cicliche che hanno ripercussioni importanti sulla vita nelle acque. Alla fine dell'inverno e all'inizio della primavera la temperatura dell'acqua in superficie risulta uguale a quella del fondo. Questa condizione di omotermia favorisce la piena circolazione delle acque grazie anche all'azione dei venti freddi che, spostando le masse idriche superficiali e raffreddandole, causano la risalita delle acque più profonde. Il rimescolamento, così indotto, contribuisce da un lato ad una maggiore omogeneizzazione delle temperature e dall'altro riporta verso l'alto quelle sostanze (composti dell'azoto e del fosforo), note come nutrienti o sali nutritivi, indispensabili al ciclo della vita marina e che si erano progressivamente accumulate negli strati più profondi del mare durante i mesi precedenti. In primavera l'aumento delle ore di illuminazione porta al graduale riscaldamento delle acque con la formazione di un primo, leggero, strato superficiale a temperatura più elevata. Questo strato aumenta via via sino a raggiungere, in estate, spessori anche di 20-30 m e limitati inferiormente da un netto termoclino, cioè da una sorta di confine o di barriera che separa le acque calde da quelle fredde. In prossimità del termoclino le variazioni di temperatura avvengono assai rapidamente e in uno spazio tanto breve da consentire a volte ad un subacqueo che nuoti in verticale di avere i piedi al freddo e la testa al caldo o viceversa. In taluni casi questa barriera è percettibile a occhio nudo perché appare simile all'indistinto strato di aria calda che si forma a poca distanza dall'asfalto nelle giornate più torride. Con la fine dell'estate e con la ripresa delle perturbazioni autunnali e la conseguente riduzione delle ore di illuminazione, il termoclino si sposta progressivamente verso la superficie sino a quando non si ripristina la situazione di omotermia. Riscaldamento e raffreddamento delle acque non sono, però, contemporanei al variare delle temperature esterne. Per questo i valori massimi non si registrano al culmine dell'estate ma più tardi, mentre le temperature minime si hanno in febbraio-marzo e non in dicembre-gennaio.

La luce
I raggi solari non hanno soltanto il compito di riscaldare il mare. Ben altri sono gli effetti della luce che, sott'acqua, ha un comportamento bizzarro di cui un subacqueo non tarda ad accorgersi sin dalle sue prime immersioni. Costituita, come ci dimostrano un prisma o un arcobaleno, da un insieme di radiazioni aventi lunghezza d'onda (e pertanto energia) differente, la luce viene selettivamente assorbita man mano che la profondità aumenta. Inizialmente scompaiono le radiazioni rosse, poi quelle arancione, poi le gialle sino a quando rimangono soltanto quelle di colore verde-blu che penetrano alle maggiori profondità e alle quali si deve il caratteristico colore del mare. Per questo motivo, già a pochi metri, anche nelle giornate più luminose, una spugna rossa apparirà brunastra ed è sempre motivo di stupore osservare come, portata gradualmente verso la superficie, acquisti man mano il suo caratteristico colore. La luminosità si riduce rapidamente sotto le onde non soltanto per i fenomeni fisici sopra descritti, ma anche per la riflessione esercitata dalla superficie del mare che respinge circa un terzo della luce incidente. Molto, comunque, dipende dalla trasparenza delle acque, generalmente maggiore al largo che in prossimità della costa, dove si registra una più elevata quantità di particelle e di organismi in sospensione.
Per fortuna dei subacquei, il Mediterraneo è tra i mari più trasparenti al mondo anche se questa sua trasparenza, tanto apprezzata, dipende dalla sua scarsa produttività e dalla relativa povertà biologica, quantitativa ma non certo qualitativa, delle sue acque. In media (perché le differenze possono essere notevoli da punto a punto, da anno ad anno e da stagione a stagione) si può ritenere che a 5-7 m di profondità la luminosità sia soltanto il 50% di quella registrata in superficie e che a 40-50 m essa si riduca a poco più dell'1 %. Solo la straordinaria capacità di adattamento dei nostri occhi ci permette di vedere ancora a queste profondità dove tutto ha una dominante verde-blu. È necessaria una fonte di luce artificiale per scorgere ed apprezzare in ogni dettaglio gli affascinanti colori degli organismi sommersi, condannati a vivere in un mondo monocromatico in attesa che il raggio di luce di qualche subacqueo li risvegli.

Alghe e luce
La luce non è soltanto calore; essa è anche vita. L'energia luminosa viene infatti sfruttata dagli organismi vegetali, il primo anello di ogni catena alimentare, per creare sostanza organica mediante il processo della fotosintesi partendo dai sali nutritivi disciolti nell'acqua. Ma poiché la luce viene assorbita selettivamente e si riduce sino a valori insufficienti per le normali reazioni della fotosintesi, lo strato in cui questo processo può avvenire in maniera efficace, e che prende il nome di "zona eufotica", è limitato ed il suo spessore varia moltissimo a causa dì fattori sia chimico-fisici, sia biologici. L'evoluzione ha quindi portato i vegetali marini a sviluppare una serie di specifici adattamenti finalizzati allo sfruttamento ottimale dell'energia luminosa. Grazie a ciò si sono sviluppati gli affascinanti e variegati giardini sommersi del Mediterraneo, tanto più preziosi perché i ripidi fondali dei nostri mari limitano a poco più del 10% del totale la superficie disponibile per I'insediamento e lo sviluppo delle alghe bentoniche, cioè di fondo. La più comune classificazione delle alghe suddivide questi vegetali in tre grandi categorie: alghe verdi o Cloroficee, alghe rosse o Rodoficee e alghe brune o Feoficee. Ovviamente, questa suddivisione in base ai colori non deve essere considerata di valore assoluto essendoci alghe verdi che hanno un colore bruno, alghe rosse di colore bianco ed alghe brune che sembrano rosse o verdi o addirittura blu. Le differenze fra i tre gruppi dipendono dalla presenza nelle cellule dell'una o dell'altra alga di specifici pigmenti che, associati alle clorofille, consentono a questi vegetali di sfruttare solo alcune e ben determinate lunghezze d'onda. In passato questa scoperta ha condotto alla formulazione della cosiddetta "teoria dell'adattamento cromatico complementare delle alghe". Secondo questa teoria, ad esempio, le alghe verdi sarebbero specificamente adattate allo sfruttamento delle onde luminose rosse e quindi potrebbero crescere soltanto in acque superficiali. Ad esse seguirebbero le alghe brune, più sensibili a lunghezze d'onda intermedie, e poi, a profondità maggiori, le alghe rosse i cui pigmenti sarebbero complementari alle radiazioni verdi e blu. Questa teoria, che è stata seguita per molti anni e che nelle sue linee generali conserva ancora una sua validità, comincia tuttavia a vacillare poiché gli studi più recenti condotti dai botanici marini hanno evidenziato come esistano alghe rosse che vivono in ambienti superficiali e alghe verdi tipiche di acque profonde. Ciò ha portato allo sviluppo di nuovi filoni di ricerca dove I'accento viene posto non più sulla qualità, ma sulla quantità di luce che un'alga richiede. Sulla base di queste esigenze i vegetali marini, ma il fenomeno riguarda anche tutti gli animali, tendono a essere suddivisi in fotofili (amanti della luce) e sciafili (amanti dell'ombra) con ogni possibile gamma di sfumature intermedie.

La vita
L'ambiente marino, considerato nella sua totalità, può essere distinto in due grandi domini: il dominio pelagico e il dominio bentonico. Quest'ultimo (il cui nome deriva dalla parola greca benthos = fondo) riguarda esclusivamente i fondali marini e quanto su di essi vive e cresce, mentre il primo (così chiamato dal greco pelagos = mare) comprende tutte le acque sovrastanti e costituisce un vero universo a tre dimensioni. L'insieme delle acque che ricoprono la piattaforma continentale e che raggiungono in media uno spessore di 130-150 m, corrispondenti, come vedremo, al sistema fitale o litorale, prende il nome di "provincia neritica", mentre tutte le acque che ricoprono i fondali marini, a partire dalla scarpata continentale sino alle più profonde fosse abissali, vengono attribuite alla cosiddetta "provincia pelagica. Gli organismi che qui vivono appartengono a due categorie: necton e plancton. Al necton appartengono esclusivamente animali. Sono infatti nectonici gran parte dei pesci (tonni, squali, pesci spada, ricciole, sgombri, acciughe, sardine ecc.), i cetacei (balene e delfini) e, fra i molluschi, i calamari. Si tratta, come è evidente, di organismi capaci di muoversi attivamente nell'acqua e in grado di compiere, se necessario, lunghe migrazioni o ampi spostamenti verticali e di contrastare, senza troppi problemi, le correnti marine. Lo stesso non si verifica per gli organismi del plancton i quali vivono sospesi nell'acqua in balìa delle correnti. I subacquei ne conoscono I'esistenza soltanto attraverso il cosiddetto macroplancton, rappresentato dagli organismi più grossi: le meduse, le salpe, le caravelle portoghesi, le barchette di S. Pietro e pochi altri. Tutto il resto è poco visibile a occhio nudo, essendo costituito da migliaia di specie aventi dimensioni inferiori al millimetro.
Contrariamente al necton, fanno parte del plancton anche organismi vegetali e per questo, in termini più precisi, si è soliti parlare di zooplancton e di fitoplancton. All'interno di queste due categorie si distinguono organismi che fanno sempre parte del plancton (oloplancton) ed altri che ne fanno parte soltanto in alcune fasi del loro ciclo vitale (meroplancton). Il fitoplancton comprende diatomee, dal guscio siliceo e dalle forme eleganti, dinoflagellati ed altri gruppi il cui ruolo è fondamentale per la vita nelle acque costituendo la base di quella piramide alimentare che vede al suo vertice l'uomo. Come produttori primari (sono cioè l'equivalente degli alberi e delle erbe terrestri), i vegetali del plancton affiancano e superano le macroalghe verdi, brune e rosse (vedi paragrafo precedente) nell'importante compito di trasformare l'energia solare in sostanza organica, assorbendo anidride carbonica e producendo contemporaneamente ossigeno. A sottolineare il valore del fitoplancton va ricordato, infine, che è proprio in base alla sua concentrazione che si definiscono (e riconoscono) le zone di mare più ricche di vita. Da questo punto di vista il nostro trasparente Mediterraneo viene considerato un mare povero ad eccezione di alcune zone concentrate prevalentemente in prossimità delle foci dei grandi fiumi (Po, Rodano, Nilo) ,che trasportano in abbondanza sali nutritivi, o in zone caratterizzate da bassi fondali (ne è un tipico esempio il mare Adriatico) dove la luce può penetrare sino al fondo e la fotosintesi avvenire in tutta la colonna d'acqua. In circostanze particolari il plancton vegetale si trasforma, malauguratamente per noi, in un'eloquente testimonianza dell'inquinamento, provocato da un eccesso di sostanza organica scaricata in mare dall'uomo, come è accaduto alcune volte lungo le coste adriatiche, soprattutto nei periodi estivi, e in altre zone chiuse. Allo zooplancton appartengono, oltre alle meduse e agli altri animali in precedenza citati, anche organismi rappresentanti di quasi tutti i gruppi zoologici viventi in mare. Anellidi, Crostacei, Molluschi e Tunicati hanno specie perfettamente adattate a condurre una vita planctonica mentre infiniti altri esseri trascorrono flottando nell'acqua solo gli stadi di vita iniziali. Ad esempio, le larve dei ricci e delle stelle marine, tipici animali che da adulti vivono sul fondo, e quelle della maggior parte dei pesci sono una componente abituale, anche se stagionale, del plancton marino. Questo complesso di organismi, che saltuariamente accompagna un subacqueo nelle sue immersioni lasciandolo talvolta stupito, costituisce pertanto un ponte di collegamento fra un comparto e l'altro dell'ambiente marino oltre a contribuire alla diffusione di forme di vita altrimenti impossibilitate a muoversi. Più facile, invece, diventa accorgersi del plancton immergendosi di notte e spegnendo momentaneamente le torce. Dopo alcuni minuti si osserveranno lampi improvvisi provocati dai movimenti del corpo. Ciò dipende dal fatto che molti organismi planctonici sono bioluminescenti e perciò si accendono come lucciole non appena vengono sfiorati.

I fondali marini
La proporzione fra la massa delle acque e la superficie dei fondi marini che esse sovrastano è certamente sfavorevole a questi ultimi. Tuttavia è innegabile che agli occhi di un subacqueo la vita appaia assai più abbondante e rigogliosa lungo una parete rocciosa che in mare aperto. Esplorando la zona litorale ci si potrà imbattere di volta in volta in ambienti molto diversi: distese sabbiose e/o fangose, praterie sommerse, scogliere che sono la continuazione sotto le onde delle ripide coste sovrastanti o fondali ciottolosi interrotti da massi e scogli. A seconda della tipologia del fondo avremo perciò L'opportunità di imbatterci in flore e faune differenti, ma sempre si pareranno davanti ai nostri occhi i rappresentanti della terza grande categoria degli organismi marini: quelli bentonici che caratterizzano il dominio omonimo . Analogamente a quanto accade nel dominio pelagico, anche qui è possibile suddividere l'ambiente marino in zone ben differenziate e di estensione più limitata, grazie agli studi svolti da biologi ed ecologi marini che hanno saputo trarre notevole vantaggio dalle tecniche di esplorazione subacquea il cui contributo è stato fondamentale per la comprensione di molti fenomeni.
La principale suddivisione del dominio bentonico è quella legata alla presenza o assenza dei vegetali. Questo permette di ripartire i fondali di tutti i mari e degli oceani in due grandi sistemi: il "sistema fitale", dove i vegetali sono ampiamente rappresentati, e il "sistema afitale, dove i vegetali, al contrario, mancano e la luce è insufficiente o assente. Il sistema afitale, definito anche "sistema profondo", comprende le seguenti suddivisioni o piani, come sarebbe più corretto chiamarle:
- piano batiale(si estende per tutta la scarpata continentale, da 150-200 m sino a 2.500-3.000 m);
- piano abissale(i confini inferiori sono posti a 6.000-7.000 m di profondità);
- piano adale o ultra-abissale (assente nel Mediterraneo, dove la massima profondità è di poco superiore ai 5.000 m, che corrisponde al regno delle grandi fosse oceaniche).
Più complessa è, invece, la suddivisione del sistema fitale compreso fra i due limiti estremi rappresentati dalle interfacce aria-acqua e acqua-fondo. In esso le variazioni dei fattori ambientali in senso verticale sono, infatti, notevoli sia quantitativamente (come dimostra la graduale diminuizione della temperatura a partire dalla superficie), sia qualitativamente (ad esempio, l'assorbimento selettivo delle radiazioni luminose o la granulometria dei sedimenti, sempre più fini man mano che la profondità aumenta). Quanto il subacqueo osserva sott'acqua è, dunque, il risultato di un equilibrio dinamico e di una prolungata interazione fra gli organismi viventi e i differenti fattori ambientali. In tal modo diventa possibile riconoscere nel sistema fitale una successione di quattro piani che si estendono da alcuni metri al di sopra del livello del mare sino a oltre 130-150 m di profondità. Essi vengono divisi in:
- sopralitorale;
- mesolitorale;
- infralitorale;
- circalitorale.
In ciascuno di questi piani è possibile riconoscere varie biocenosi di substrati sia mobili (fango, sabbia, ghiaia e detriti), sia solidi (roccia), caratterizzate da popolamenti stabili nel tempo e nello spazio.

Il sopralitorale
Il sopralitorale costituisce il tipico ambiente di transizione fra il dominio marino e quello subaereo. Il rapporto che il subacqueo ha in genere con questo piano è limitato anche se importante perché è da qui che spesso inizia e termina un'immersione con partenza dalla riva. Tale ambiente, per quanto emerso, è caratterizzato da un grado di umidità abbastanza alto, nonostante sia dovuto quasi esclusivamente agli spruzzi delle onde e solo di rado, in occasione di mareggiate, a periodi più o meno lunghi di immersione testimoniati, a distanza di tempo, dalle pozze di scogliera, capaci di trasformarsi di volta in volta in rilassanti piscine e in acquari naturali dove, avendo tempo, è sempre interessante per un naturalista "gettare un'occhiata". I vegetali e gli animali che qui vivono sono ben adattati a sopportare questa emersione quasi permanente e ad avere rapporti con il mare non diretti, ma piuttosto mediati da spruzzi e onde. L'estensione verticale del piano sopralitorale dipende, infine, in modo prevalente dalla sua esposizione ai moti del mare e può variare da 30-50 cm nelle zone più riparate sino a oltre 3 m in quelle più esposte. Fra i più comuni organismi che qui si possono osservare vi sono le littorine (Melaraphe neritoides), piccoli molluschi gasteropodi dalla conchiglia scura, presenti in gran numero sugli scogli dove si concentrano nelle fessure, e i porcellini di mare (Ligia italica), piccoli crostacei che tendono a restare in ombra e che approfittano del microclima creato dalle mute umide dei subacquei, appoggiate sulla roccia ad asciugare, per uscire dai loro rifugi e radunarsi sotto di esse per poi fuggire velocemente quando le mute vengono rimosse. Ma non occorre assolutamente preoccuparsi poiché si tratta di organismi innocui. Nonostante sfuggano all'attenzione dei subacquei, simili animali possono dimostrarsi buoni indicatori delle condizioni del mare. Quanto più saranno concentrati verso il basso, tanto più il mare sarà localmente calmo. In caso contrario la zona sarà decisamente battuta dalle onde, per cui sarà opportuno sceglierne un'altra.
Quanto alle alghe, alcune hanno modificato il loro ciclo biologico così da crescere prevalentemente in inverno quando le temperature sono meno elevate e le onde in media più alte per effetto delle tempeste. Altre specie, come il granchio corridore (Pachygrapsus marmoratus), non hanno invece problemi di sorta grazie a una riserva di acqua interna che consente a questi crostacei di uscire a proprio piacimento dal mare in cui però sono pronti a tuffarsi non appena la riserva comincia a scarseggiare o quando si sentono minacciati. Tipici di questa fascia, ma in via di rarefazione per il crescente inquinamento delle acque superficiali, sono i rossi pomodori di mare (A. equina), dotati di un sofisticato orologio biologico che li fa aprire e chiudere con lo stesso ritmo delle maree di cui conservano memoria a lungo, anche se trasferiti in acquari lontani dal mare. Nonostante l'estensione verticale di questo piano sia relativamente bassa, gli esperti riconoscono l'esistenza di ben tre settori fra i quali il più interessante è quello inferiore. In condizioni favorevoli, e soprattutto nel Mediterraneo occidentale, questa fascia risulta dominata dai cuscinetti rosei della rodoficea Lythophyllum lichenoides i quali, saldandosi tra loro, formano una sorta di barriera che si sviluppa verso il mare aperto. Essa si presenta come un cornicione o, se si vuole, un marciapiede tanto largo e talmente spesso, a volte, da sostenere senza difficoltà il peso di una persona. Come avviene nelle barriere coralline solo la parte esterna, esposta alla luce, è costituita da alghe viventi mentre l'interno è formato dai residui calcificati dei vegetali. La superficie, continuamente erosa e tutt'altro che uniforme, è contraddistinta da perforazioni e anfratti e da zone variamente illuminate che creano una miriade di micro-habitat dove trovano rifugio numerosi organismi sia perforanti (spugne, bivalvi, ricci) sia incrostanti (alghe coralline, policheti sedentari, spugne, briozoi) o vagili come crostacei, chitonidi o piccoli pesci dominati dai blennidi a parecchi dei quali non è affatto sgradito restare in superficie nella zona battuta dalle onde.

Infralitorale
Il piano successivo, l'infralitorale, si estende dal livello di immersione permanente dei popolamenti sino alla profondità in cui scompaiono le alghe amanti della luce (o fotofile) e la Posidonia oceanica, una vera pianta marina che forma estese praterie sommerse. Qui le comunità algali dominano su tutto e sono responsabili delle varie fisionomie assunte dai popolamenti bentonici. La composizione delle rocce e la natura del substrato, l'esposizione al moto ondoso, l'orientamento geografico, l'illuminazione e la pendenza del fondale sono tutti fattori che favoriscono o inibiscono l'insediamento dell'una o dell'altra comunità algale. Fra le alghe più frequenti, ma al contempo fra le più complesse a diverse, vi sono le specie del genere Cystoseira, alghe brune amanti della luce, in grado di formare fitte e complesse cinture vegetazionali in prossimità della superficie soprattutto dove i fondali hanno scarsa pendenza e un andamento orizzontale. Alte in taluni casi sino a 30-40 cm, le Cistoseire costituiscono un vero e proprio bosco sommerso dove è possibile riconoscere zone variamente illuminate. A seconda delle condizioni ambientali, ciascuno di questi strati sarà dominato da specie differenti che accrescono la complessità di questa fascia in grado di ospitare una vita animale piuttosto varia, anche se non altrettanto complessa quanto quella vegetale.
Dove le Cistoseire mancano, ma le condizioni di illuminazione permangono intense, esse vengono sostituite da altre alghe come la Padina pavonica a cui si possono mescolare i delicati ombrellini della Acetabularia acetabulum, cuscinetti duri dei Litofilli o i talli ramificati delle Coralline o della Jania rubens. In aree ad illuminazione ridotta e più profonde saranno le specie sciafile a predominare. In estate, dove la costa è più riparata o dove si registra un certo inquinamento dovuto all'influenza di acque dolci, le Cistoseire vengono sostituite dalle cosiddette insalate di mare (Ulva rigida, Enteromorpha sp. e Cladophora sp.) che attirano numerose specie erbivore fra cui i ricci la cui azione di brucatori in taluni punti della costa è tanto intensa da condizionare i popolamenti vegetali permettendo l'insediamento delle sole alghe calcaree incrostanti, peraltro ugualmente apprezzate. Questa fascia più superficiale del litorale costituisce un'ottima opportunità per un'esplorazione con sole maschera e pinne ed è perciò adatta sia a chi ancora non si immerge con le bombole, sia ai subacquei esperti in cerca di una tregua fra un'immersione profonda e l'altra.
Nuotando fra le alghe, a breve distanza dal fondo, sarà possibile osservare i guizzi dei Cirri dei balani o il lento movimento dei ricci di mare o accostarsi ai ghiozzi, ai piccoli peperoncini (Tripterygion tripteronotus) o alle bavose ruggine (Blennius gattorugine) o bianche (Parablennius roux) che solo all'ultimo momento guizzeranno via per rifugiarsi nelle loro tane, pronte però ad affacciarsi quasi subito per sorvegliare i vostri movimenti. Più in là potrebbero essere le vitree trasparenze delle Clavelina lepadiformis ad attirare la vostra attenzione o le rosee Flabelline intente a cibarsi dei diafani polipi degli idroidi oppure i fluttuanti tentacoli di qualche anemone di mare (Anemone sulcata) insediato sul fondo, alla base di qualche masso la cui superficie inferiore potrebbe nascondere, ben mimetizzato, qualche Succiascoglio (Lepadogaster sp). Labridi di svariate specie, cefali, occhiate e qualche branco di salpe (Sarpa salpa) intente a brucare le alghe potranno accompagnarvi durante la vostra escursione. Scendendo di alcuni metri in apnea e ispezionando più da vicino il fondo, in mezzo alle alghe o sotto i sassi, non sarà difficile vedere ofiure, orecchie di mare, asterine e piccole Coscinasterias tenuispina accompagnate dalla più grossa Marthasterias glacialis che prima o poi riuscirete a sorprendere mentre sta terminando uno dei suoi pasti a base di ricci. Spugne, policheti sedentari, idroidi, crostacei fra cui molti paguri, completeranno il panorama delle specie rinvenibili in questi ambienti.
A maggiori profondità, dove è necessario ricorrere alle bombole, ma sempre restando ampiamente all'interno della zona di sicurezza, i popolamenti cambiano facendosi più colorati e interessanti, degno avamposto del regno del sub: il coralligeno.
Per questo motivo simili fondali vengono sovente definiti come precoralligeno. Qui la luminosità diminuisce tanto da consigliare l'uso di una torcia che consentirà di ammirare i rossi delle spugne che ricoprono le conchiglie degli spondili, o delle colonie di Alcyonium a polipi bianchi o degli Astroides che nelle regioni più meridionali possono accompagnare la nostra discesa sin dai primi metri. A essi si mescolano i lunghi polipi gialli dei Parazoanthus axinellae la cui presenza testimonia l'esistenza di ingressi di grotte o di correnti. La direzione di queste ultime è anche sottolineata dalle colonie di gorgonie bianche (Eunicella singularis) che crescono nelle zone più illuminate, mentre sulle pareti in ombra e più scoscese possono fare già la loro comparsa le gorgonie gialle (Eunicella cavolinii). Numerosi sono i briozoi fra i quali non è difficile riconoscere, soprattutto ìn anfratti e in zone ombreggiate, il falso corallo (Myriapora truncata) di colore rosso con i rami regolarmente ramificati o le sinuose e delicate trine a merletto della Sertella septentrionalis o le mutevoli colonie incrostanti della Schizobrachiella sanguinea. Sorprese possono venire dagli anfratti che possono celare qualche grongo o una murena oppure perchie e sciarrani o qualche gruppetto di saraghi in cerca di tranquillità.
Una serie ordinata di sassi o di conchiglie regolarmente spaziate, se avvistate, suggeriscono un approccio cauto perché il più delle volte indicano l'entrata della tana di un polpo con il quale si potrà anche giocare dopo averlo convinto accarezzandolo dolcemente sulla testa e sui tentacoli.
Decisamente più difficili da vedere sono gli scorfani le cui tinte si mimetizzano perfettamente con alghe e spugne incrostanti e che in molti casi ci segnaleranno la loro presenza spostandosi indispettiti di pochi metri con energici colpi di coda. Componente abituale, a volte quasi invadenti per quanto possano esserlo i pesci mediterranei, sempre piuttosto timidi nei confronti dell'uomo, sono le donzelle, sia quelle comuni (Coris julis) sia le pavonine (Thalassoma pavo), e i numerosi altri labridi che in tarda primavera e in estate potranno essere visti impegnati nei rituali del corteggiamento e della costruzione del nido.

Circalitorale e coralligeno
Superato il confine stabilito dalle Posidonie ha inizio il piano circalitorale, il più profondo del sistema fitale, che si estende sin dove la vita delle alghe diventa impossibile per scarsità di luce. L'ambiente è semibuio e dominato da una tonalità azzurra ma, quasi per controbilanciare una tale monotonia alla uniforme luminosità, gli organismi sfoggiano a queste profondità il più ampio repertorio di tinte possibili che solo la torcia (non più "optional") o il flash della macchina fotografica possono mettere in risalto.
Le correnti, quando esistono, sono regolari, a volte intense, e la temperatura è più costante, per quanto più fredda di quella dei piani sovrastanti trovandoci al di sotto del termoclino che abbiamo lasciato nell'infralitorale. Le piante non sono più la componente principale della comunità anche se, come vedremo, assolvono a un ruolo fondamentale nel coralligeno. Qui le principali variabili che regolano la distribuzione degli organismi sono l'esposizione alla luce, la rugosità del substrato, la granulometria dei sedimenti, la pendenza e l'orientamento della scogliera. Non sempre tuttavia, ed è bene saperlo, occorre spingersi a queste profondità per osservare gli organismi tipici di questo ambiente in quanto una cengia superficiale, una scogliera esposta a nord, un mare meno trasparente possono creare situazioni di scarsa illuminazione che consentono a molti esseri viventi di risalire sino a pochi metri dalla superficie. Tipica del coralligeno è la fitta copertura di origine biologica. La superficie delle rocce è rivestita di organismi che ne coprono ogni centimetro quadrato, spesso crescendo sovrapposti gli uni agli altri così da nascondere la vera natura del substrato. La base di questo concrezionamento organico, fondamentale per l'esistenza stessa del coralligeno, è costituita da alghe rosse, le sole teoricamente in grado di sfruttare adeguatamente, grazie ai loro pigmenti fotosintetici altamente specializzati, l'energia luminosa che ancora penetra a queste profondità. Esse comprendono sia specie incrostanti (Corallinacee), sia non calcificate, come molte Peyssonnellie, o anche arborescenti.
Tuttavia non sono le uniche, come dimostra la presenza sia di alghe verdi come l'Halimeda tuna o l'Udotea petiolata, sia di alghe brune come le Cistoseire, i Sargassi e in talune zone profonde, quasi atlantiche per le caratteristiche generali, le Laminarie, alghe brune tanto interessanti quanto rare in Mediterraneo dove sono frequenti solo nel Mare di Alboràn e nello Stretto di Messina.
Fra i talli delle alghe si accumulano detriti di varia natura, organici e inorganici, che vengono compattati e cementati fra loro anche da altri organismi incrostanti: briozoi, madrepore, molluschi, spugne e policheti sedentari. Come si può intuire, un simile intrico di organismi mette a disposizione di molti altri piccoli esseri striscianti, reptanti o natanti un numero pressoché infinito di spazi e fessure dove ripararsi o restare in agguato, che vanno ad aggiungersi a quelli più ampi naturalmente presenti nel substrato roccioso di base dove trovano un ambiente ideale le aragoste (Palinurus elephas) e gli astici o pesci fra cui le castagnole (Chromis chromis) i cui giovani, dallo straordinario colore azzurro, lasciano sempre stupiti i subacquei che hanno modo di osservarli all'imboccatura delle grotte. Altri pesci che non è difficile incontrare sono i tordi, le castagnole rosse, i saraghi, i dentici, le tanute e, in vicinanza dei fondi mobili alla base della scogliera, i gattucci e i gattopardi (Scyliorhinus canicula e S. stellaris), piccoli squaliformi del tutto innocui per il subacqueo. Forse più visibili degli adulti sono però le loro uova, simili a sacchettini subrettangolari che aderiscono mediante filamenti attorcigliati ai rami delle gorgonie, soprattutto di quelle rosse (Paramuricea clavata), le più belle del Mediterraneo e capaci di reggere degnamente il confronto, nel caso degli esemplari più grossi, con i ventagli delle gorgonie tropicali. Dove le Paramuricee tendono a rarefarsi si può avere la fortuna di osservare qualche colonia di corallo nero (nome impropriamente attribuito alla Gerardia savaglia), uno zoantinario che in passato ha visto la sua esistenza messa in pericolo, ma che in realtà è assai diverso dai veri e ben più preziosi coralli neri dell'Indo-Pacifico.
Ma il vero protagonista di questi fondali, quello che tutti cercano e a cui si deve, sia pure impropriamente, il nome di Coralligeno, è il corallo rosso (Corallium rubrum). Questo ottocorallo, riconoscibile per la forma ramificata e i polipi bianchi, appartiene, infatti, alla biocenosi delle grotte semioscure e si può ritrovare ovunque le condizioni ecologiche, soprattutto quelle collegate all'intensità luminosa e alla purezza delle acque, glielo consentano. Piccole colonie possono anche svilupparsi a pochi metri dalla superficie, in grotte o in spaccature della roccia scarsamente illuminate. Le grandi colonie, invece, sono ormai rinvenibili solo a grandi profondità, oltre i limiti dell'immersione sportiva. Se poi, qui giunti, volessimo redigere un elenco delle specie che il subacqueo può incontrare immergendosi su questo piano, quasi "nobile" per il tipo di popolamenti, ci accorgeremmo che la lista comprenderebbe molte specie: fra le spugne, non sarà difficile riconoscere Phorbas tenacior, Cliona celata, Clathrina clathrus dai gomitoli gialli, la rossa Spirastrella cunctatrix o le alte e ramificate Axinelle sp., talvolta più simili a colonie di celenterati che a spugne. E gli Cnidari, a loro volta, non passano certo inosservati. Oltre a quelli in precedenza citati possiamo qui ricordare la Cladocora caespitosa, capace di apparire in un'inconsueta forma ramificata, la gialla Leptopsammia pruvoti che imita il Parazoanthus axinellae, gli anemoni gioiello Corynactis viridis che rendono relitti e fondali simili a grotte delle meraviglie, e tutto questo senza citare i ventagli delle gorgonie rosse o gialle (Eunicella cavolinii) o bianche (Eunicella stricta).
Su queste spesso si insedia, parassitandole e ricoprendole completamente, uno dei parenti mediterranei dei coralli molli, l'alcionaceo Parerythropodium coralloi. Ugualmente parassiti delle gorgonie di cui mangiano i polipi sono i molluschi della specie Neosimmia spelta, simili a piccole cipree e molto mimetici così da passare generalmente inosservati. Coloniali e arborescenti sono anche molti Briozoi le cui incrostazioni sono frammiste a quelle di molti Policheti serpuloidei (Serpula vermicularis, Protula tubularia, Filograna sp., Bispira volutacornis) pronti a ritrarre i loro colorati ciuffi branchiali al nostro avvicinarsi o a una più intensa e fragorosa espirazione ed emissione di bolle dall'erogatore. Né mancano, infine, i molluschi gasteropodi, bivalvi e i nudibranchi, i quali nel coralligeno trovano di che soddisfare le loro peculiari esigenze alimentari la cui conoscenza è sovente mezzo sicuro per ritrovarli. Esempi di ciò sono Discodoris atromaculata, Hypselodoris valenciennesi o H. tricolor, ghiotte di spugne, e Flabellina affinis, presente anche su questi fondali, o Dondice banyuliensis che strisciano sul fondo in cerca di Idroidi. Tutt'altro che secondari sono i Crostacei a iniziare da astici, aragoste e cicale sino ai granchi facchini, alle galatee e gli echinodermi rappresentati sia da Asteroidei (Ophidiaster ophidianus, Echinaster sepositus, Hacelia attenuata) sia da Ofiuroidei (Ophiotrix fragilis, Astrospartus mediterraneus).

La nutrizione
Grazie all'energia luminosa tutti i vegetali, dalle alghe ai più minuti componenti del fitoplancton, possono utilizzare i sali nutritivi e l'anidride carbonica disciolti nel mare per sintetizzare materia organica, crescere e riprodursi. In tal modo vengono poste le basi per una miriade di catene alimentari dove ogni anello è destinato a diventare preda dei componenti dell'anello successivo. Così, anello dopo anello, si passa dai produttori ai consumatori (dagli erbivori ai carnivori), ai decompositori cui spetta il compito di trasformare la sostanza organica in nutrimenti seguendo le leggi che sovraintendono ai cicli della materia. Ma come per le alghe esiste la possibilità di sfruttare lunghezze d'onda differenti a seconda del gruppo di appartenenza, così per gli animali le modalità di nutrizione sono assai più variate.
L'esistenza non solo di modalità differenti di nutrizione, ma anche di fonti alimentari diverse si spiega con la necessità di evitare, per quanto possibile, ogni competizione. Infatti quanto più un organismo riuscirà a sfruttare in maniera esclusiva una risorsa, tanto maggiori saranno le sue possibilità di sopravvivenza purché naturalmente tale risorsa non scompaia.
Le modalità di nutrizione possono essere distinte in base alla taglia dell'alimento, alla sua natura ed al meccanismo utilizzato per ottenerlo. Taglia e natura dell'alimento permettono entrambe di suddividere gli organismi animali in due grandi categorie: animali micro o macrofagi a seconda che l'alimento sia composto da particelle minute o grosse; organismi carnivori o erbivori a seconda della composizione del cibo. Molto più variati sono i meccanismi di nutrizione che spesso sono direttamente correlati alla forma degli animali. I molti organismi sessili, destinati a trascorrere l'intera esistenza fissati al fondo, possono nutrirsi solo afferrando il cibo che viene trasportato dall'acqua o che in essa vive sospeso. Per fortuna in un mondo tridimensionale come quello marino gli animali sono praticamente circondati da una soluzione ricca sia di microorganismi (batteri, protozoi, plancton), sia di particelle di detrito organico. Ecco spiegata allora l'esistenza dei molti meccanismi adatti a catturare quanto viene trasportato dall'acqua. Spugne, molluschi bivalvi e ascidie hanno messo a punto straordinari sistemi di filtrazione il cui meccanismo di base è costituito da cellule provviste di flagelli a ciglia il cui battito crea correnti d'acqua destinate a convogliare il nutrimento verso l'apparato digerente o ciò che lo sostituisce. Filtratori sono anche i policheti sedentari i cui vistosi ciuffi branchiali, oltre a essere organi respiratori, formano una sorta di imbuto aperto nell'acqua in fondo al quale si apre la bocca. Questa complessa rete filtrante trattiene le particelle sospese (sospensivori sono anche chiamati questi organismi) che vengono poi agglutinate da muco e convogliate verso la bocca. Filtratori sono anche alcuni ofiuroidei che non è difficile osservare mentre, con le braccia piumate rivolte verso l'alto, intercettano le particelle organiche in sospensione.
Gorgonie, coralli, attinie e altri antozoi, accomunati dalla struttura base del polipo, sono invece carnivori anche se, per la loro immobilità, devono attendere che i propri tentacoli, costellati di cellule adesive oppure urticanti, vengano urtati da qualche organismo che viene immediatamente catturato. Per questo essi hanno in genere forme circolari, le più adatte a catturare il nutrimento da qualunque direzione arrivi, oppure crescono in senso perpendicolare alle correnti in modo che i rami delle loro colonie intercettino in maniera più efficace quanto le masse d'acqua trasportano. Animali bentonici, ma più mobili come oloturie e ricci di sabbia che vivono strisciando sui sedimenti, ingurgitano notevoli quantità di sabbia e fango che poi espellono sotto forma di caratteristici cordoni, dopo averne estratto quanto di organico e nutriente contengono. Macrofagi e attivi predatori che frequentano i fondi mobili sono invece altri invertebrati quali le Stelle pettine o i molluschi gasteropodi del genere Natica i quali perforano le conchiglie dei bivalvi per cibarsi della loro polpa. Carnivori e attivi predatori, anche quelli che cacciano all'agguato come le Rane pescatrici o i Pesci prete, sono molti pesci fra i quali non mancano rappresentanti di tutte le altre categorie: macrofagi, microfagi, planctofagi, ecc. Le salpe, ad esempio, sono erbivore, le triglie sono detritivore e i cefali onnivori, mentre parecchie sono le specie che non disdegnano affatto gli avanzi del pasto di qualche grossa cernia, magari disputandoli a granchi e molluschi.
Un capitolo a parte, ma che si ricollega in qualche modo anche alla nutrizione, è poi rappresentato dalle simbiosi, un termine tanto usato quanto generico e che dovrebbe essere impiegato soltanto nel caso di due specie che si associano per trarne un mutuo vantaggio, come si verifica nel caso dei paguri e delle attinie (Dardanus arrosor e Calliactis parasitica, Pagurus prideaux e Adamsia carciniopados). Talvolta, infatti, vengono scambiati per simbiosi rapporti fra organismi che in realtà sono da ricollegarsi piuttosto a fenomeni di parassitismo, come quelli che si instaurano fra il gasteropode Neosimmia spelta e le Gorgonie, dei cui polipi il mollusco si nutre in maniera esclusiva, o di inquilinismo come nel caso del galiotto (Carapus aces) che vive all'interno del corpo delle oloturie o dei crostacei (Pontonia pinnophylax, Pinnocheres sp.) che si rinvengono nelle valve delle Pinna nobilis.

La riproduzione
La moltiplicazione degli organismi viventi è la conseguenza di due tipi fondamentali di riproduzione: la riproduzione sessuata, che presuppone l'incontro di un gamete maschile e di uno femminile, e la riproduzione asessuata, che consiste in una "semplice" divisione di un individuo progenitore. La riproduzione sessuata è tuttavia un poco più complicata sotto le onde rispetto a quella riconducibile alla nostra esperienza di esseri terrestri. Se infatti il meccanismo di base è sempre quello dell'incontro fra elementi maschili e femminili, che porta alla formazione di una cellula fecondata, differenti sono le modalità di fecondazione che può essere sia interna che esterna. In questo caso, tipico di gran parte degli organismi sessili o poco mobili, è necessario produrre spermatozoi e uova in grandi quantità perché le probabilità che la fecondazione avvenga siano sufficientemente alte. Ma non basta. Perché le probabilità risultino ancora maggiori occorre che l'emissione dei gameti sia sincronizzata e i meccanismi che portano a questa sincronizzazione, dipendenti da fattori chimici o temporali, sono fra i capitoli più affascinanti della biologia marina, oltre ad essere fra i meno noti. Nel caso dei pesci la sincronizzazione, ad esempio, può essere raggiunta attraverso moduli comportamentali fondati su un preciso rituale di corteggiamento fra maschio a femmina, a livello sia di coppia, sia di più individui contemporaneamente.
Anche la separazione dei due sessi non è sempre semplice e netta. Esistono individui ermafroditi capaci di produrre contemporaneamente gameti maschili e femminili oppure organismi che sono sì ermafroditi, ma con un'alternanza di sessi. È questo il caso di molti Labridi che sono inizialmente femmine per poi diventare maschi al raggiungimento di una taglia prestabilita; lo stesso accade alle Cernie. Al contrario le Orate, a dimostrazione di quanto possano variare i meccanismi da specie a specie, sono prima maschi e poi femmine. Tuttavia la deposizione e la fecondazione delle uova, spesso avvolte in strutture protettive (gusci, strati di muco), sono solo il primo passo per la propagazione della specie. Le probabilità che una larva affidata alle correnti riesca a raggiungere lo stadio adulto sono estremamente basse. Prima che ciò si verifichi molte sue consorelle diventeranno preda di altri organismi, magari proprio mentre saranno a loro volta impegnate nella ricerca di nutrimento. In alcuni casi lo sviluppo larvale è estremamente lungo e complesso e si svolge attraverso una successione di più stadi di sviluppo che, se da un lato rafforzano le difese dell'organismo, dall'altro aumentano le probabilità che venga predato. Ancora più critiche sono le fasi che portano all'insediamento definitivo sul fondo, perché le larve non possono protrarre indefinitamente la loro metamorfosi e il trovarsi in questo delicato momento su di un substrato non idoneo impedisce ogni crescita successiva.
Nonostante la riproduzione sessuata consenta un continuo rimescolamento dei geni e costituisca un vantaggio dal punto di vista evolutivo, sono molti gli organismi che scelgono di propagarsi asessuatamente per scissione (da un individuo se ne formano due) o per gemmazione (produzione di gemme ciascuna delle quali darà origine a un nuovo organismo). In molti casi la riproduzione asessuata si verifica intensamente negli organismi coloniali (spugne, gorgonacei, briozoi, ascidie) dopo la metamorfosi di una prima larva nata sessualmente. Da questo primo individuo, e secondo le modalità sopra citate, trarranno origine tutti gli altri componenti della colonia capaci anche di modificarsi rispetto al progenitore per assolvere a funzioni distinte (nutrizione, difesa, riproduzione) all'interno della colonia.

Il mimetismo
Contrariamente a quanto accade per le alghe, nel mondo animale il colore è un carattere poco affidabile dal punto di vista sistematico. Ad esempio, se si volesse attribuire un valore al colore rosso per riconoscere il corallo saremmo oltremodo imbarazzati qualora ci trovassimo di fronte alle rare, ma non inesistenti, colonie bianche di Corallium rubrum. Ugualmente saremmo costretti a moltiplicare molte specie di pesci, come del resto succedeva in passato, soltanto perché maschi e femmine si differenziano notevolmente per la colorazione. Le tinte degli animali dunque, anche se sono indubbiamente utili per distinguere molte specie, non possono essere considerate, come dicono gli zoologi, un buon carattere sistematico, anche perché si rivelano molto variabili all'interno della specie da individuo a individuo, da luogo a luogo e da stagione a stagione. Del resto neppure noi potremmo descrivere un uomo, inteso come specie, soltanto in base al colore degli occhi, dei capelli, della pelle.
La funzione del colore va quindi ricercata altrove e se, talvolta, è facile spiegare perché un animale è colorato, sono assai di più i casi in cui il mistero permane. Ad esempio, manca ancora una risposta plausibile al perché gli animali che vivono in ambienti poco illuminati abbiano tinte sgargianti. Ciò si verifica nel coralligeno dove occorre una fonte di illuminazione artificiale per mettere in risalto, come già in precedenza accennato, i colori di alghe, spugne, gorgonie e di numerosi altri invertebrati. In questo caso, probabilmente, l'unica spiegazione possibile, almeno per ora, è che i colori siano connaturati agli organismi e abbiano radice e causa soltanto nell'evoluzione della specie. Ben diverso è il caso di quegli organismi che, forse per la loro vita più attiva, si servono dei colori per scopi pratici e per lanciare messaggi. Tipiche del primo caso sono le colorazioni mimetiche assunte da animali quali i polpi, capaci di trasformarsi in pochi secondi in un pezzo di fondale che riescono ad imitare perfettamente non soltanto nei colori, ma anche nelle incrostazioni. Altrettanto mimetici sono gli scorfani e molti Pleuronettiformi (ad esempio, rombi, sogliole, ecc.). Questi ultimi, addirittura, sono in grado di far assumere al loro corpo una colorazione a scacchi se vengono posti su di un fondale a tessere anche nere. Mimetici sono anche i pesci pelagici la cui colorazione, scura sul dorso e biancastra o argentea sui fianchi e sul ventre, sembra fatta apposta perché risultino invisibili a quanti cerchino di identificarli dall'alto o dal basso. Come poi insegnano i pubblicitari, il colore e le immagini servono a trasmettere informazioni e segnali e questa teoria è ben nota nel mondo animale. Molti variopinti nudibranchi sono tali non certo per fare la felicità dei fotografi subacquei, bensì per avvertire i loro possibili predatori che le loro carni possono avere un gusto orribile oppure essere dure e vetrose o ancora urticanti. Lo stesso si verifica nel caso dell'Hermodice carunculata la cui vistosa colorazione serve ottimamente anche ai subacquei per riconoscere questo verme urticante e quindi evitare di toccarlo (cosa da non fare con qualunque organismo...).
Ma la comunicazione non è destinata solo a respingere o a lanciare segnali per pericolo. Le variazioni di livrea che si verificano in molti pesci al momento della riproduzione, quando maschi e femmine acquistano colorazioni differenti, servono a riconoscere i possibili partner e quindi a favorire la riproduzione. Anche in questo caso, infine, come sempre succede quando i tentativi di spiegare la genesi di un fenomeno si fanno più approfonditi, i confini fra una spiegazione e l'altra del perché un animale sia colorato diventano sempre meno netti. Un tipico esempio che pone l'accento sul confine esistente fra mimetismo e comunicazione, può essere rappresentato da quanto si verifica nei maschi satelliti dei Labridi della specie Symphodus (Crenilabrus) roissali i quali imitano le femmine per potersi accostare impunemente ai nidi e per fecondare anch'essi una parte delle uova approfittando della disattenzione o scarsa attenzione prestata a questi apparentemente innocui soggetti dai maschi titolari del nido.

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